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domenica 13 novembre 2011

Il Piazzale Loreto dell'Italia berlusconiana

Una volta, Ugo Ojetti disse a Montanelli: “Figlio mio, ti accorgerai anche tu che l'Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri. Perciò, senza memoria”. Non si trova, ad oggi, definizione che si attagli meglio al nostro popolo. E a rinforzo di questa tesi si può portare l’esempio che stiamo vivendo in questi giorni: le dimissioni di Berlusconi.

Nei momenti di festa, quei pochi che in Italia ci vengono concessi, i guastafeste sono sempre guardati di sbieco, anche perché non avendo storicamente mai avuto molto da festeggiare, ci si lascia andare a leggerezze che coi cinici seccatori mal si conciliano. Ma qualcuno, questo turpe ruolo, lo deve pur ricoprire.

Le dimissioni di Berlusconi, salutate dalle piazze come una riedizione del 25 aprile, hanno scatenato un’euforia condivisa, certamente attesa, probabilmente poco meritata. Intendiamoci, che Berlusconi se ne sia finalmente andato non può che essere considerato un bene per la nazione. Quello che invece sfugge allo spirito critico popolare, e anche a molti intellettuali, è la ragione per cui ha lasciato la scena. Ed è bene metterlo in chiaro sin d’ora, a scanso di tutti i tentativi politici di mettere il cappello su una presunta vittoria che a tutti può appartenere fuorché ai partiti: le dimissioni di Berlusconi ci sono state imposte dai mercati. Insomma, come in tutti i momenti di forte criticità che il nostro paese si è trovato ad affrontare, l’ancora di salvezza è stata gettata da un’altra nave, non dalla nostra. In questo caso, è bene ripeterlo, i mercati hanno fatto la parte che avrebbe dovuto giocare la nostra classe politica, che come al solito ha dato buca. Come da prassi.

Non per scadere nei luoghi comuni, ma la Storia ama ripetersi, e nel nostro paese lo fa anche con singolare sadismo. Lo si è visto con il Fascismo, sulla cui fine si può dar credito a qualsiasi tesi, meno che a quella per cui noi italiani abbiamo giocato un ruolo determinante. Del fascismo ce ne liberammo grazie agli americani, il contributo dei partigiani fu certamente lodevole da un punto di vista patriottico, ma da quello pratico fu solo una timida spallata a fronte della caterva di scoppole ricevute. I nazisti li avrebbero crocifissi lungo la via Appia, come Crasso fece con Spartaco e il suo esercito, se non fossero intervenuti gli Alleati. A noi, insieme all’ammirevole prova dei partigiani e alla retorica, che in Italia non tramonta mai, è rimasto sul groppone Piazzale Loreto, forse la pagina più triste della nostra Storia, e per questo la più taciuta. Un popolo che fino al giorno prima si era privato dei suoi averi più preziosi per sostenere lo stato fascista, ora sputava e inveiva sui cadaveri dei suoi gerarchi, in uno sventurato tentativo di recuperare una verginità politica oramai persa.

E lo si vide subito dopo, quando una larga fetta dell’elettorato italiano tentò di affidare, alle elezioni del ’48, il mandato politico al Partito Comunista di Togliatti, che altro non era se non un facsimile di quello stalinista. Allora si riuscì a mettere una pezza prima di creare la falla solo e unicamente grazie alla Chiesa, di cui in quell’occasione ci dobbiamo considerare debitori. È un merito che, se si vuole rendere un servizio alla propria onestà intellettuale, è doveroso riconoscerle. La Chiesa scese in politica, fiancheggiata non solo dall’associazionismo cattolico, ma dalle parrocchie, dagli oratori, da qualsiasi succursale del suo ascendente fideistico per arginare la deriva comunista a cui l’Italia si apprestava ad allargare le braccia. E sebbene l’ingerenza della Chiesa negli affari interni italiani sia di certo un valido motivo per criticarla, quella volta fu provvidenziale. Ma ci salvammo per un intervento esterno, non certo da noi.

E lo si è visto, ancora, con Tangentopoli. Quando la classe politica, non essendo capace di ripulirsi da sola, fu travolta dall’ondata di inchieste di Mani Pulite. Venne fuori tutto il marcio, il cui lezzo promanava da qualsiasi struttura dello Stato, da qualsiasi ente, da qualsiasi sede di partito. E ci si provò a guarirla, quella classe politica, attraverso l’attività dei magistrati, nonostante i politici facessero fronte compatto per salvaguardare i propri interessi e la propria licenza di delinquere. Anche stavolta, tocca riconoscere, l’opera di risanamento fu tentata da un potere esterno a quello politico, la magistratura. Il risultato lo abbiamo visto nel ventennio successivo, di cui oggi ci accingiamo a raccogliere l’eredità e il peso. Il frutto malato di Tangentopoli è stato Berlusconi, non tanto la causa della mancanza di una coscienza politica nazionale, quanto l’effetto. Perché? Perché gli italiani non sono mai stati capaci di risollevarsi da soli, con le sole loro forze. Hanno sempre aspettato che l’uomo della Provvidenza venisse da fuori a salvarli. Gli Alleati, la Chiesa, Mani Pulite, Berlusconi, sono tutti la vergognosa attestazione dell’inadeguatezza tutta italiana a venir fuori dalle difficili situazioni facendo appello alla sola ragione dei suoi cittadini e di chi li rappresenta.

E se qualcuno oggi paventa il pericolo per la democrazia, minacciata da un governo di tecnici, estranei ai partiti politici e quindi non “eletti dal popolo”, è meglio che taccia. Oggi la politica non è in grado da sola di fare tutto l’indispensabile per evitare il fallimento del paese, lo ha dimostrato abbondantemente portandoci sull’orlo del baratro su cui oggi vertiginosamente ciondoliamo. È meglio quindi che ceda il passo a persone la cui credibilità risulti ancora intatta, e ripensi a quanto poco e male ha fatto dal dopoguerra ad oggi. E si ripresenti alle prossime elezioni con una faccia nuova. Oggi è il momento da farsi da parte, domani il mondo politico avrà di certo un’altra possibilità. Per converso, la società civile non è meno colpevole. Nessun lancio di monetine, nessuno sputo o dito medio domani potranno ravvivare la dignità degli italiani, il cui spirito critico si sveglia sempre con netto ritardo rispetto agli eventi. Gli italiani, è bene ricordarcelo, non solo hanno assistito a questo scempio che dura da anni, ma hanno contribuito fortemente acchè avvenisse. Fa più bene all’amor proprio che alla propria onestà morale appostarsi fuori dai palazzi o nelle piazze per berciare e inveire contro i politici, mentre per tutta una vita si è stati silenziosamente testimoni o finanche sostenitori. Così come nel ’45 si faticava a trovare dei fascisti, oggi si fatica a trovare dei berlusconiani.

Quella di ieri non è stata una vittoria degli italiani. Fosse stato per noi, Berlusconi ce lo saremmo tenuto fino a quando il Padreterno non si fosse stufato. Al massimo è stata una vittoria di Pirro, sulla quale noi cittadini, al pari dei politici, non possiamo mettere il cappello.
Ieri abbiamo assistito a un altro Piazzale Loreto, seppur in chiave postmoderna e parecchio annacquata. Speriamo di non dover più vedere di queste scene per il resto della nostra storia. Ne abbiamo già viste abbastanza.

mercoledì 9 novembre 2011

Le dimissioni all'italiana

In un paese come l’Italia, le dimissioni del presidente del Consiglio non potevano essere rassegnate che all’italiana: mi dimetto, ma con calma, che è tutta ‘sta fretta. Stavolta però di tempo ce n’è davvero poco. Per di più non c’è da dar conto soltanto agli italiani che, sebbene di lingua lunga, si sono rivelati di memoria piuttosto corta, quanto all’Europa che di corto non ha nulla se non il braccino. Ma facciamola breve. Non si può analizzare la situazione politica nazionale senza tenere in considerazione quella economica internazionale, dacché sono molte le sorti appese al filo della nostra legislatura. Non sappiamo, ad oggi, quale siano le reali intenzioni di Berlusconi, tantomeno se abbia lasciato il Quirinale con sul volto un sorriso beffardo come a dire: “Ti ho fregato di nuovo”. Le ipotesi sono due, sostanzialmente: la prima è che abbia davvero intenzione di rassegnare le dimissioni, non senza badare al suo personale tornaconto, politico o personale che sia. Se e quali leggine ad personam inserirà nel maxi-emendamento alla legge di stabilità, solo Dio lo sa. Ma questa è forse, difficile a crederlo, l’ipotesi più rosea. Quella più negativa invece è questa: Berlusconi sottopone all’esame del Parlamento una legge finanziaria con dentro, tra le altre, norme critiche per una parte dell’aula, e nella fattispecie per l’opposizione, come ad esempio norme sulle pensioni o sull’articolo 18. Il risultato sarebbe perentorio: l’opposizione, che già tanto ha faticato a trovare una comunità d’intenti, si spaccherebbe, e il governo troverebbe nuova linfa per tirare avanti, seppur trascinandosi. Ma a quest’ultima ipotesi poco ci crediamo. Nel Pdl tutti si sono resi conto, seppure con colpevole ritardo, che un ciclo è finito e che la legislatura non potrà avere una conclusione se non in anticipo rispetto alle regolari scadenze. Non perché lo chiede l’Italia, quanto perché lo impone l’Europa.

Ma proprio perché dobbiamo guardare con un occhio all’Italia e con l’altro all’Europa, c’è da pensare a quel che accadrà subito dopo le dimissioni di Berlusconi. Anche qui le ipotesi sono essenzialmente due. Quella delle elezioni anticipate è la via caldeggiata da Pdl e Lega, e hanno buone ragioni per farlo. Le prossime elezioni le hanno già perse, quindi continuare a reggere per i denti l’anima di questa legislatura non si capisce a chi giovi. Con un restyling di facciata, Alfano al posto di Berlusconi, e una fase di forte instabilità sociale, alla quale andremo incontro non appena verranno attuate le misure economiche che l’Europa ci chiede, avranno vita facile nella lotta a coltello con i loro avversari. D’altro canto il Terzo Polo non sapendo ancora se allearsi con qualcuno e soprattutto con chi, è quello che rischia di pagare il prezzo più alto per l’instabilità politica di questo momento (un momento che dura dalla Costituente, per inciso). È per questo che le opposizioni pensano ad un governo tecnico guidato da Mario Monti, persona dalle indubbie qualità e che gode della fiducia di tutto il panorama politico. La sinistra avrebbe in tal caso altro tempo per riorganizzarsi, o meglio di organizzarsi per la prima volta dacché non si è mai data un vero e proprio garbo politico. In effetti, la sinistra ancor prima di vincere le elezioni quasi fa rimpiangere il dimissionario Berlusconi che un’unità d’azione, se non sulla base degli intenti, per lo meno su quella dei compensi, l’aveva tuttavia raccattata. Al netto dell’ironia, un governo tecnico darebbe tempo a Bersani di costruire una valida alternativa, che per ora, checché se ne dica, non c’è.

Nel caso di un governo Monti, lamentano però alcuni, la scelta di un uomo esterno agli schieramenti partitici sarebbe la certificazione tombale dell’incapacità di questa classe politica di risollevarsi da sola. Inoltre, un governo di larghe intese sarebbe la morte della martellante illusione che ci hanno propinato fino ad oggi sull’imprescindibilità del bipolarismo. Ebbene, siamo arrivati per l’ennesima volta  a due conclusioni che davamo già per acquisite. Il prima è che questa classe politica va definitivamente accantonata per fare spazio a una nuova. E l’altra è che, ad oggi, l’Italia non è pronta per un vero bipolarismo, la nostra tradizione partitica e politica ancora non ce lo consente. Che questa classe politica abbia fallito tutti i programmi che si era prefissata, è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno storce il naso, però, quando si spera in un'intromissione dell’Europa negli affari politici interni. L’impotenza italiana di risollevarsi da sola sembra più che un rammarico, una constatazione a cui non si può e non si deve sfuggire. Le stesse dimissioni di Berlusconi non sono arrivate alla fine di una manovra politica tutta italiana, quanto per un imposizione perentoria dei mercati, che del modo di fare italiano ne hanno già piene le scatole.

L’Europa in effetti è per l’Italia quello che la suocera è per le giovani coppie da poco sposate: un fastidioso personaggio che gira per casa, e che non vediamo l’ora di mettere alla porta, se non fosse che senza di lei non sapremmo come riportare a casa i bambini dalla scuola. I bambini, per inteso, siamo noi italiani. 

giovedì 6 ottobre 2011

La maggioranza sul 'bavaglio'. L'unica chance è il tradimento

Mentre inizia a calare l’attenzione popolare sulla morte di Steve Jobs, che di tutti gli avvenimenti sorprendenti della sua vita è forse il meno sorprendente, e sulla ripresa dell’attività di Wikipedia, che ha confortato tante persone timorose di perdere la loro precipua fonte d’informazione e di sapere, si può forse tornare a parlare della questione che, al pari della crisi economica, merita maggiormente di essere affrontata nel nostro paese: il disegno di legge sulle intercettazioni.


Girovagando per la rete non si fatica purtroppo a trovare, a dispetto delle numerosissime critiche, alcuni articoli (desta stupore che a farlo sia ad esempio un sito rinomato come linkiesta.it) e qualche commento in difesa del disegno di legge in questione. Sia chiaro, quelli che colgono  - come e perché ci sfugge al momento - degli elementi positivi nel ddl sono la netta minoranza. E in effetti ciò che fa a pugni con la ragione non è certamente la quantità delle persone che lo difendono, quanto il fatto che quei pochi difensori siano ascrivibili, sebbene non la rappresentino, alla categoria che più ne risulterebbe danneggiata: quella dei blogger e degli informatori. Un blogger che consideri giusto o giustificabile il comma 29 (cd. Comma ammazza-blog) va a porsi sullo stesso piano di quel “giornalista” che è d’accordo al bavaglio sulle intercettazioni.

Affermare il valore imprescindibile della rettifica è un’idea nobile, ma come tutte le idee nobili rischia di morire nella culla prima di raggiungere la sua realizzazione. Quelli che credono sia opportuno responsabilizzare i blogger attraverso la possibilità di una rettifica ‘sempre e comunque’ al fine di evitare condotte diffamatorie dimenticano che una legge in materia già esiste, e fa capo all’art. 595 del codice penale, ovvero il reato di diffamazione. Insomma, se ti ritieni diffamato, querelami. Il sospetto che sorge spontaneo è questo: che, essendo tutelato dalla legge (art. 596 c.p.) il principio di eccezione della verità, per il quale l’attribuzione a un pubblico ufficiale di un fatto determinato che si dovesse appurare effettivamente accaduto non è punibile (per cui se scrivo che Tizio ha preso una tangente, e il giudice stabilisce che le cose sono effettivamente andate così, non sono sanzionabile), ed avendo la Cassazione ammesso la possibilità per i blogger di dimostrare fatti determinati a patto che rispettino criteri fondamentali come verità obiettiva, rilevanza sociale, continenza e pertinenza, l’intento del legislatore possa essere quello di colmare un’evidente “vacatio legis” con una norma censoria. Se per affermare che Caio ha rubato, devo anche aggiungere che Caio non ha rubato, in effetti non posso dire nulla senza dire il suo contrario. Sono insomma censurato. Pensare di risolvere il problema della responsabilizzazione del web in questo modo è un pestar l’acqua nel mortaio.

Alla stessa maniera, l’idea che si possa regolare la pubblicazione delle intercettazioni semplicemente non pubblicandole ha un suono più falso delle campane fesse. Laddove fosse accertata la fuga di intercettazioni ancora coperte dal segreto investigativo, sarebbe bene che a pagare fossero i responsabili della fuga di notizie, non certo i giornalisti che ne vengono messi al corrente. Nel caso poi di pubblicazioni di conversazioni ritenute irrilevanti, è bene ribadire che anche qui la legge già regola la materia. Per essere pubblicabili, le intercettazioni devono rispettare il criterio di rilevanza sociale e il principio di essenzialità dell’informazione. In caso contrario possono consistere in illecito penale, diffamazione o violazione della riservatezza, ad esempio. È evidente, quindi, quanto l’intento del legislatore sia, ancora una volta, diverso da quello che ci vogliono dar a bere. Il casus belli che ha portato questo governo a muover guerra ai giornali è sotto gli occhi di tutti. Perciò non c’è da sorprendersi se pensa di risolvere i problemi dando alla guardia il piede di porco e al ladro le manette.

Il dato peggiore, però, è che sulla legge bavaglio sarà probabilmente apposta la fiducia. In tal caso, per mettersi al riparo dai franchi tiratori che allignano nel voto segreto, il voto palese porterebbe la maggioranza a serrare le fila, e ad approvare una legge chiaramente incostituzionale pur di rimanere attaccati alla poltrona o di non attirarsi le ire e le vendette degli alleati. Questo Berlusconi lo sa, dacché gli è giunta l’eco dei molti mal di pancia che animano il suo partito. Se Scajola, Pisanu e Formigoni non esitano a mandare messaggi pubblici in cui manifestano dubbi sul proseguimento della legislatura, vuol dire che nei corridoi del Palazzo i malumori nel Pdl cominciano a prendere davvero una consistenza non trascurabile. E il Presidente della Camera Gianfranco Fini lo ha confermato nella trasmissione di Corrado Formigli su La7, dichiarando che non sono pochi quelli che vanno da lui a dirgli: “Di Berlusconi non se ne può più”.

L’unica via per uscire da questo pantano è il tradimento. Ora che (per fortuna) non c’è più, si avverte un po’ di nostalgia della Democrazia Cristiana, i cui esponenti in certe pratiche erano particolarmente esperti e sotto il tavolo arrivavano persino a stringere la mano al loro nemico, mentre con l’altra, da sopra, gli mostravano il pugno. È necessario un atto di responsabilità che se i nostri politici lo facessero davvero sarebbe giusto definire rivoluzionario. Che vi sia il voto palese è di poco conto. È urgente che i nostro politici lo tradiscano, glielo dicano chiaramente in faccia che non intendono trascinare il paese nel baratro. Loro, che quella faccia l’hanno già persa, hanno il dovere di farlo. 

giovedì 22 settembre 2011

Milanese è salvo. Chi ha tradito il traditore?

Milanese è salvo, e il governo pure. La maggioranza li ha graziati, con l’ultimo scatto di indecenza e di doppiopesismo. Dopo aver votato per la reclusione di Alfonso Papa, stavolta la Camera ha detto no al carcere per Marco Milanese, braccio destro di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Era un voto importante, una resa dei conti, da cui dipendeva la tenuta o meno del governo. Lo stesso Bossi aveva detto ieri che avrebbe votato per “non far cadere il governo”. Un’occasione unica, quindi, per mettere fine allo scempio a cui stiamo facendo da astanti. Ma che non è stata colta, come sempre.

Con 312 voti favorevoli e 305 contrari al respingimento dell’arresto, il governo può andare avanti, seppur debole come non mai. I conti infatti non tornano. Mancano sette voti all’appello, quasi certamente da rintracciare nello schieramento leghista. Sette franchi tiratori sebbene non siano pochi, comunque non sono abbastanza. Ci si aspettava che la segretezza del voto potesse favorire un moto di coscienza nei parlamentari, o anche solo lo sfogo di certe acredini nei confronti di Milanese e soprattutto di Tremonti da parte dei suoi alleati. E il fatto che il ministro dell’Economia non fosse in aula lascia intendere molto bene in quale clima si sia svolta la votazione. Ora tocca vedere quale sarà il prezzo da pagare alla Lega per l’ultimo soccorso prestato a Berlusconi. Perché, questo è fuor di dubbio, Bossi chiederà qualcosa in cambio. Cosa non lo sappiamo, ma ce ne accorgeremo presto.




Insomma, facendoci forti dell’ennesima sconfitta della nostra classe politica, possiamo arrivare a questa conclusione. Che nemmeno la segretezza del voto è riuscita a indurre i nostri parlamentari a uno scatto di dignità e di decenza. Il Parlamento, per salvare Berlusconi dai giudici, è riuscito nell’ardua impresa di tradire persino la sua originaria natura: quella del traditore. 


lunedì 19 settembre 2011

Crisi: è l'ora di lasciarsi andare al panico

Che di tutti i possibili approcci da assumere nell’affrontare la crisi economica mondiale, l’Italia abbia scelto il peggiore, è fuor di dubbio. Se dovessi scommettere ora su chi avrà la meglio tra il default e il nostro paese, non avrei alcuna esitazione su chi puntare: Italia – Crisi, due secco. È un po’ come se fossimo andati a un funerale con un vestito giallo sgargiante: l’abbiamo presa dal verso sbagliato. Il motivo è presto detto: un presidente del Consiglio la cui immagine è oramai compromessa sia sul piano nazionale, sia su quello internazionale, viepiù su quello dei mercati; il ministro dell’Economia il cui braccio destro Milanese è infangato nella vicenda P4; un leader dell’opposizione il cui braccio destro Penati è coinvolto in un’inchiesta di tangenti di cui non si poteva non essere al corrente; una manovra economica considerata da tutti gli esperti in materia finanziaria inadeguata, e per giunta controproducente per il paese; il leader del secondo partito di governo che, invece di chiamare a raccolta il paese per uno sforzo nazionale, pensa a indire un referendum per la secessione della Padania. È meglio fermarsi qui, se ci teniamo ancora a mantenere viva qualche flebile speranza. La situazione è di quelle che giustificano il più querulo allarmismo. Sebbene allarmarsi possa spesso essere nocivo, il non allarmarsi alle volte può essere letale. E noi italiani, esperti di vaglia nel “va tutto bene” potremmo imparare presto questa lezione. L’Italia sta affondando, questo qualcuno sembra averlo capito, altri no. Ma ora poco importa. La ricetta sicura per uscire da questa crisi, è bene chiarirlo, non la conosce nessuno, non la conoscono i tedeschi, tantomeno gli americani. Non è mia intenzione quindi stabilire qual è la soluzione alla crisi, non avendone né la capacità né la qualifica per farlo. Si possono però azzardare ipotesi su quali siano le condizioni migliori per affrontarla. E la prima è senza tema d’errore quella di un nuovo esecutivo. Chiunque andrebbe bene per presiederlo, anche la portinaia del nostro condominio (si fa per dire). I mercati già reagirebbero positivamente a un ricambio politico ai vertici. Ma questo può andar bene nel brevissimo termine, nel medio già sarebbe insufficiente e necessiterebbe di ulteriori accorgimenti. Inoltre, non c’è da spenderci più di una riga: Berlusconi non si schioderà dalla sedia nemmeno se fuori impazzasse la rivoluzione, e i suoi gregari non accennano minimamente all’idea di farlo sloggiare. Sperare nei giudici è allo stesso tempo pericoloso e inconcludente. Non solo non hanno i mezzi per sbattere il premier in galera o per indurlo alla latitanza, ma laddove ci riuscissero, metterebbero l’Italia di fronte a una sconfitta cartaginese, una Caporetto senza speranza di una Vittorio Veneto. Sarebbe una revolverata alla nuca per la politica italiana, perché privata della sua stessa ragione d’essere (lo tengano a mente coloro che sperano sempre e solo nella via giudiziaria). Se la politica ha da risollevarsi, è bene che lo faccia da sola, altrimenti è meglio che chiudiamo baracca – perché questo sta diventando il nostro paese, una baracca. Ma continuiamo. La Lega va fatta fuori: è ora di darci un taglio con l’idiozia della secessione di Bossi, che Maroni più bonariamente definisce federalismo, ma che sono in fondo la stessa cosa. Non si può amministrare un intero paese senza nemmeno fare mistero del reale intento di frantumarlo. È bene che questo punto sia chiaro, soprattutto a chi dice che ai leghisti non va dato tutta questa importanza: le fesserie padane ce le propinano da vent’anni, e se oggi l’Italia regge l’anima per i denti è anche grazie alla conventicola di Bossi. Se un giorno una bella fetta di Italia settentrionale si sarà lasciata convincere dalle fregnacce leghiste, sarà anche colpa nostra. Su questo, il Presidente della Repubblica potrebbe anche concedersi una licenza di deroga, e richiamare all’ordine Bossi. Nessuno glielo rinfaccerebbe, eviterebbe piuttosto che qualcuno un giorno prenda in mano il forcone e la faccia finire a pesci fetenti.

L’opposizione è meglio che si organizzi, ma non a chiacchiere come pensa di fare Bersani. Che, come primo segnale, potrebbe finalmente indire le tanto agognate primarie del Pd, a cui oramai non frega più a nessuno, ma che andrebbero fatte solo per principio, per misurare la sua reale propensione a fare quello che dice, e non solo a dire quello che vorrebbe fare. In tal caso, potrebbe anche capitare che gli soffino il posto, e non saremmo di quelli che se ne rammaricheranno. Se dovesse vincerle, invece, ne uscirà più forte che mai, e avrebbe già un piede a Palazzo Chigi. La maggioranza dovrebbe invece passarsi una mano per la coscienza, che già sa di avere parecchio sporca, dopo che ha stuprato la sacralità del Parlamento facendo mettere agli atti la balla che Ruby fosse, secondo B, la nipote di Moubarak. In Italia, si sa, le questioni non si risolvono mai alla luce del sole, si preferiscono i sotterfugi e i compromessi. E allora vi ricorressero. Prendessero accordi sottobanco con la minoranza, e se non vogliono perdere la poltrona andando alle elezioni, si accordassero per un governo di tecnici. Di tecnici seri, però, non di parolai e pataccari. Mettessero su una nuova manovra finanziaria, una riforma della legge elettorale e una riforma tributaria che scongiuri l’evasione fiscale, il vero cancro del paese. In due anni possono farlo, se vogliono. I privilegi e gli stipendi se li tengano pure. Delle loro elemosine non sappiamo che farcene in questo momento. Non è il tempo di riacquistare la fiducia nella classe politica, ma quello di mettere al sicuro i gioielli di famiglia prima che la casa crolli. Se ci riusciremo, allora la classe politica ne uscirà – leggermente – rivalutata. E anche il nostro paese.