Milanese è salvo, e il governo pure. La maggioranza li ha graziati, con l’ultimo scatto di indecenza e di doppiopesismo. Dopo aver votato per la reclusione di Alfonso Papa, stavolta la Camera ha detto no al carcere per Marco Milanese, braccio destro di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Era un voto importante, una resa dei conti, da cui dipendeva la tenuta o meno del governo. Lo stesso Bossi aveva detto ieri che avrebbe votato per “non far cadere il governo”. Un’occasione unica, quindi, per mettere fine allo scempio a cui stiamo facendo da astanti. Ma che non è stata colta, come sempre.
Con 312 voti favorevoli e 305 contrari al respingimento dell’arresto, il governo può andare avanti, seppur debole come non mai. I conti infatti non tornano. Mancano sette voti all’appello, quasi certamente da rintracciare nello schieramento leghista. Sette franchi tiratori sebbene non siano pochi, comunque non sono abbastanza. Ci si aspettava che la segretezza del voto potesse favorire un moto di coscienza nei parlamentari, o anche solo lo sfogo di certe acredini nei confronti di Milanese e soprattutto di Tremonti da parte dei suoi alleati. E il fatto che il ministro dell’Economia non fosse in aula lascia intendere molto bene in quale clima si sia svolta la votazione. Ora tocca vedere quale sarà il prezzo da pagare alla Lega per l’ultimo soccorso prestato a Berlusconi. Perché, questo è fuor di dubbio, Bossi chiederà qualcosa in cambio. Cosa non lo sappiamo, ma ce ne accorgeremo presto.
Insomma, facendoci forti dell’ennesima sconfitta della nostra classe politica, possiamo arrivare a questa conclusione. Che nemmeno la segretezza del voto è riuscita a indurre i nostri parlamentari a uno scatto di dignità e di decenza. Il Parlamento, per salvare Berlusconi dai giudici, è riuscito nell’ardua impresa di tradire persino la sua originaria natura: quella del traditore.
Che di tutti i possibili approcci da assumere nell’affrontare la crisi economica mondiale, l’Italia abbia scelto il peggiore, è fuor di dubbio. Se dovessi scommettere ora su chi avrà la meglio tra il default e il nostro paese, non avrei alcuna esitazione su chi puntare: Italia – Crisi, due secco. È un po’ come se fossimo andati a un funerale con un vestito giallo sgargiante: l’abbiamo presa dal verso sbagliato. Il motivo è presto detto: un presidente del Consiglio la cui immagine è oramai compromessa sia sul piano nazionale, sia su quello internazionale, viepiù su quello dei mercati; il ministro dell’Economia il cui braccio destro Milanese è infangato nella vicenda P4; un leader dell’opposizione il cui braccio destro Penati è coinvolto in un’inchiesta di tangenti di cui non si poteva non essere al corrente; una manovra economica considerata da tutti gli esperti in materia finanziaria inadeguata, e per giunta controproducente per il paese; il leader del secondo partito di governo che, invece di chiamare a raccolta il paese per uno sforzo nazionale, pensa a indire un referendum per la secessione della Padania. È meglio fermarsi qui, se ci teniamo ancora a mantenere viva qualche flebile speranza. La situazione è di quelle che giustificano il più querulo allarmismo. Sebbene allarmarsi possa spesso essere nocivo, il non allarmarsi alle volte può essere letale. E noi italiani, esperti di vaglia nel “va tutto bene” potremmo imparare presto questa lezione. L’Italia sta affondando, questo qualcuno sembra averlo capito, altri no. Ma ora poco importa. La ricetta sicura per uscire da questa crisi, è bene chiarirlo, non la conosce nessuno, non la conoscono i tedeschi, tantomeno gli americani. Non è mia intenzione quindi stabilire qual è la soluzione alla crisi, non avendone né la capacità né la qualifica per farlo. Si possono però azzardare ipotesi su quali siano le condizioni migliori per affrontarla. E la prima è senza tema d’errore quella di un nuovo esecutivo. Chiunque andrebbe bene per presiederlo, anche la portinaia del nostro condominio (si fa per dire). I mercati già reagirebbero positivamente a un ricambio politico ai vertici. Ma questo può andar bene nel brevissimo termine, nel medio già sarebbe insufficiente e necessiterebbe di ulteriori accorgimenti. Inoltre, non c’è da spenderci più di una riga: Berlusconi non si schioderà dalla sedia nemmeno se fuori impazzasse la rivoluzione, e i suoi gregari non accennano minimamente all’idea di farlo sloggiare. Sperare nei giudici è allo stesso tempo pericoloso e inconcludente. Non solo non hanno i mezzi per sbattere il premier in galera o per indurlo alla latitanza, ma laddove ci riuscissero, metterebbero l’Italia di fronte a una sconfitta cartaginese, una Caporetto senza speranza di una Vittorio Veneto. Sarebbe una revolverata alla nuca per la politica italiana, perché privata della sua stessa ragione d’essere (lo tengano a mente coloro che sperano sempre e solo nella via giudiziaria). Se la politica ha da risollevarsi, è bene che lo faccia da sola, altrimenti è meglio che chiudiamo baracca – perché questo sta diventando il nostro paese, una baracca. Ma continuiamo. La Lega va fatta fuori: è ora di darci un taglio con l’idiozia della secessione di Bossi, che Maroni più bonariamente definisce federalismo, ma che sono in fondo la stessa cosa. Non si può amministrare un intero paese senza nemmeno fare mistero del reale intento di frantumarlo. È bene che questo punto sia chiaro, soprattutto a chi dice che ai leghisti non va dato tutta questa importanza: le fesserie padane ce le propinano da vent’anni, e se oggi l’Italia regge l’anima per i denti è anche grazie alla conventicola di Bossi. Se un giorno una bella fetta di Italia settentrionale si sarà lasciata convincere dalle fregnacce leghiste, sarà anche colpa nostra. Su questo, il Presidente della Repubblica potrebbe anche concedersi una licenza di deroga, e richiamare all’ordine Bossi. Nessuno glielo rinfaccerebbe, eviterebbe piuttosto che qualcuno un giorno prenda in mano il forcone e la faccia finire a pesci fetenti.
L’opposizione è meglio che si organizzi, ma non a chiacchiere come pensa di fare Bersani. Che, come primo segnale, potrebbe finalmente indire le tanto agognate primarie del Pd, a cui oramai non frega più a nessuno, ma che andrebbero fatte solo per principio, per misurare la sua reale propensione a fare quello che dice, e non solo a dire quello che vorrebbe fare. In tal caso, potrebbe anche capitare che gli soffino il posto, e non saremmo di quelli che se ne rammaricheranno. Se dovesse vincerle, invece, ne uscirà più forte che mai, e avrebbe già un piede a Palazzo Chigi. La maggioranza dovrebbe invece passarsi una mano per la coscienza, che già sa di avere parecchio sporca, dopo che ha stuprato la sacralità del Parlamento facendo mettere agli atti la balla che Ruby fosse, secondo B, la nipote di Moubarak. In Italia, si sa, le questioni non si risolvono mai alla luce del sole, si preferiscono i sotterfugi e i compromessi. E allora vi ricorressero. Prendessero accordi sottobanco con la minoranza, e se non vogliono perdere la poltrona andando alle elezioni, si accordassero per un governo di tecnici. Di tecnici seri, però, non di parolai e pataccari. Mettessero su una nuova manovra finanziaria, una riforma della legge elettorale e una riforma tributaria che scongiuri l’evasione fiscale, il vero cancro del paese. In due anni possono farlo, se vogliono. I privilegi e gli stipendi se li tengano pure. Delle loro elemosine non sappiamo che farcene in questo momento. Non è il tempo di riacquistare la fiducia nella classe politica, ma quello di mettere al sicuro i gioielli di famiglia prima che la casa crolli. Se ci riusciremo, allora la classe politica ne uscirà – leggermente – rivalutata. E anche il nostro paese.
C’è da fare uno sforzo notevole per arrivare a comprendere come una persona possa sentirsi un seguace della Lega Nord. E anche se ci si sforza, non è per niente sicuro che si riesca ad afferrare la ragion d’essere di un partito irrazionale. C’è scritto seguace, e non elettore, non per caso. Per dare il proprio voto al partito di Umberto Bossi più che la fiducia in un movimento politico, c’è bisogno di un vero e proprio atto di fede, che proprio perché è fede non necessita di essere giustificata. O lo si è, o non lo si è leghisti, di certo non lo si diventa. Il fenomeno leghista è certamente preoccupante, a fronte del 10% di suffragi che si prevede possa ottenere alle prossime elezioni. Ed è preoccupante non tanto perché è un partito di destra, reazionario, secessionista, razzista, ma perché non ha ragione d’esistere. Eppure esiste. Quando una larga fetta di popolazione comincia a lottare per delle cause fittizie, completamente avulse dalla realtà, è allora arrivato il momento di picchiare i pugni sul tavolo e far volare le stoviglie. La Lega Nord è il partito del nulla. Non vanta nessuna tradizione storica, né tantomeno si rivolge a un elettorato specifico per ceto o per ideologia politica, quanto piuttosto per occorrenze geografiche. Umberto Bossi è forse l’uomo politico più ignorante che la nostra amministrazione abbia mai offerto, ma che ha fatto della sua ignoranza la sua forza. Ha certamente saputo interpretare i malumori di una consistente fetta del paese, ma invece che alla testa del suo elettorato, si è rivolto alla pancia. E in effetti, per votarlo, ci vuole stomaco. L’Italia ha forse buttato un po’ troppo sulla mutanda l’avanzata leghista, e questo lassismo ha portato la Lega a raggiungere una porzione di potere assolutamente determinante in una consultazione elettorale, legittimandola come partito di governo di un paese da cui auspica separarsi. Dal tradizionale comizio del Monviso, il ministro delle Riforme ha dato la stura alla sua dialettica pregna di riferimenti ai miti padani, dall’esercito del nord alla secessione, tanto acclamati dalla folla lì riunita. C’è tuttavia da dubitare che nemmeno il capoccia sappia come cavarsi d’impaccio dalla situazione in cui si trova, ovvero di membro di un governo in un paese che lui sente, o dice di sentire, estraneo. Il dubbio sorge spontaneo quando si ascoltano le sue giustificazioni sul perché la Padania, regione chimerica, faccia ancora parte dell’Italia. Dice, l’Umberto, che bisogna attendere condizioni storiche favorevoli affinché qualcosa possa davvero cambiare. Così come c’è da essere scettici quando giustifica il mancato intervento della Lega durante il giro della Padania per i continui tafferugli verificatisi. Se fosse intervenuto lui, dice sempre l’Umberto, avrebbero sospeso il giro. Tuttavia non c’è da star troppo distratti. Milioni di persone sono già pronti sulle rive del Po in attesa di un lampo. Dopo il lampo, la Padania sarà fatta. Ahinoi, i leghisti, fantomatici rampolli dei Celti e di Dio solo sa cosa, sembrano, pur avendo abitato con noi italiani per tutti questi anni, non aver per nulla compreso la lezione che il nostro paese ha impartito a se stesso, e quindi anche a loro. La lezione è questa: che per fare un paese ci vuole un popolo. Se per fare l’Italia bisognava fare gli italiani, per fare la Padania ci vogliono i padani. I padani, ci duole constatarlo ancora una volta, purtroppo non esistono, a meno che non vogliamo intendere per popolo padano quei quattro scalzacani gonfi di protervia che vanno in giro di verde vestiti facendo gestacci, rutti e piriti. Montanelli, che c’aveva visto lungo, già nel ’94 definì Bossi un cavernicolo. E dopo vent’anni risulta ancora difficile trovare una definizione più adeguata del personaggio. Insomma, piuttosto che vederlo aggirarsi nel Palazzo completamente disinteressato alla sorte dell’Italia, verrebbe quasi da sperare che un giorno il capoccia dei Celti lo metta davvero su questo tanto sospirato esercito padano. E c’è da augurarsi persino che ci muova guerra. Se questo fosse l’unico modo per sbarazzarsi della palla al piede legista, così sia. Non impiegheremmo un secondo a schiacciarli sotto il tallone. A patto che, sul campo di battaglia, si presenti qualcuno.